Sparare all’oceano se si alza troppo

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Una sera di ottobre o novembre del 2011 mi sono ritrovato in un appartamento di Harlem due o tre isolati più su della casa dei Tenenbaum dove abitava una ragazza che conosceva M., un aspirante sceneggiatore di Torino che avevo incontrato nella cucina comune del residence/centro di cultura ebraica in cui sarei stato per circa un mese.
L’appartamento era come tutti gli appartamenti occupati da studenti che avevo visto in tv o al cinema: c’era un angolo cottura subito accanto alla porta d’ingresso e una stanza con le pareti spoglie, un divano mezzo sfondato, delle sedie tutte diverse, le lucine di Natale intorno alla finestra che dava sulla strada e un cartone di pizza mezzo vuoto su un tavolino da caffè ingombro di birre, bicchieri rossi e forse una torta già iniziata.
Credo fosse il compleanno di qualcuno.
Sono sicuro che la ragazza che ufficialmente viveva lì diceva di fare uno stage all’ONU. Sono abbastanza sicuro che una ragazza (ma non so se lei o un’altra) si sia complimentata con me per le mie scarpe (ma non ho idea di quali fossero). Sono sicuro che qualcuno mi abbia chiesto cosa facessi io, che abbia risposto che andavo all’università, che studiavo lettere, e che allora mi sia stato presentato un ragazzo che “si occupava della stessa cosa”.
Mi ricordo di aver stretto la mano a un tizio alto e biondo, con la visiera del capello girata al contrario, che diceva di studiare creative writing e di chiamarsi James o Jimmy. Me lo ricordo perché purtroppo penso di aver tentato una battuta sul fatto che facessimo la stessa cosa e avessimo lo stesso nome. Mi ricordo anche di avergli detto che da lì a qualche giorno avrei incontrato Rick Moody per intervistarlo. Lui lo conosceva?
A questo punto devo ricordare al lettore che il 2011 viene solo tre anni dopo il 2008, quel 2008, l’anno del suicidio di David Foster Wallace, a tutt’oggi la sua opera più conosciuta e commentata. Per cui James o Jimmy mi ha detto sì che lo conosceva, Moody, ma che non era esattamente la sua tazza di tè, che [altri farfugliamenti di ventenne maschio bianco eterosessuale che vuole fare lo scrittore che ho rimosso], e che David Foster Wallace era morto e non ci erano rimasti che hacks come Rick Moody.

L’episodio (insieme allo sgradevole corollario su quello che il me stesso di quell’autunno pensava che avrebbe fatto il me stesso di oggi) mi è tornato alla mente leggendo l’ultimo libro di Dave Eggers, Your Fathers, Where Are They? And the Prophets, Do They Live Forever?
C’è un tizio, Thomas, che non ci sta tanto con la testa, inizia a rapire gente e a interrogarla, e il romanzo è tutto così, tutto un dialogo tra questo Thomas e le persone in catene davanti a lui, nemmeno una didascalia. Ciononostante è un romanzo vero (temevo l’effetto “film tratto da opera teatrale”), con molti personaggi, una trama, addirittura delle scene di azione, un po’ di romanticismo. Solo, i narratori sono sempre due, almeno due, e noi non sappiamo mai chi dice il vero (probabilmente dovrei usare delle virgolette). Thomas dice all’astronauta che sono amici e lui gli risponde che non se lo ricorda. Thomas dice che la madre è stata pessima e la madre gli dice che ha fatto tutto quello che poteva. Thomas dice al senatore che il sistema non va e il senatore dice ok, figliolo, ma è pur sempre un sistema. Certo, la forma suggerisce che in mezzo c’è della filosofia, forse anche una tesi, e il modo in cui gli interrogati piegano la verità (presumendo che la verità stia sotto i farneticamenti di Thomas, il che è tutto da dimostrare) a loro vantaggio risponde all’esigenza di dimostrarne il fondamento: se pure il vecchio insegnante pedofilo pretende di avere ragione allora è vero, gli ultimi saranno ultimi, di essi non è alcun regno.
Ma l’idea alla base è ambigua: che problema ha Thomas? Potrebbe, dopotutto, dar retta alla mamma: non è un fiocco di neve, prezioso e unico nel suo genere, si rimbocchi le maniche e via a lavorare. Potrebbe, oppure, essere il prodotto di scarto di una cultura che ha definitivamente abdicato all’eccezione per la regola, alla promessa per il percorso, all’antologia per il catalogo. Potrebbe essere tutte e due le cose insieme, oppure solo un folle.

In ogni caso, il libro mi ha portato alla mente un altro libro, che ancora non avevo letto, La cura dell’acqua di Percival Everett.
C’è un padre (sì, poi l’ho letto) che perde una figlia e decide di rapire e torturare l’uomo che l’ha stuprata e uccisa. Basta così, non posso dire molto altro. Non è una questione di spoiler. A essere sincero, non so nemmeno se quello che ho detto è giusto. Non sono sicuro che l’uomo rapito e torturato sia veramente il responsabile della morte della figlia del protagonista-narratore. Il romanzo è un insieme di appunti, disegni, poesie e barzellette presentati senza un ordine preciso, come frammenti di un’opera recuperata da qualche papiro danneggiato (ancora una storia a forma di filosofia), assemblati a caso.
Posso dire altre cose che succedono al padre – tipo che è separato dalla moglie, va a cena con un’agente letterario che si chiama Sally Lovely, è in guerra con dei coltivatori di marijuana, potrebbe o non potrebbe uccidere dei ladri e/o rimorchiare una cameriera – ma non servirebbe poi a molto. Non so nemmeno veramente come si chiama, questa persona. Insomma, devo credere che il suo nome sia Ishmael, come Moby Dick, e il suo cognome Kidder, come se mi stesse prendendo in giro? Non è più credibile Estelle Gilliam, il nom de plume con cui firma romanzi rosa di grande successo?
Se il romanzo di Eggers è ambiguo, quello di Everett implode, sprofonda nella voragine che separa il significante dal significato e si definisce “rapporto arbitrario”. [Che modo perfetto di descrivere se stessi e un dolore senza senso – il rapporto tra Giobbe e le disgrazie che gli capitano non è arbitrario?].
«Tutto quello che condividiamo», dice il padre alla sua vittima, o al lettore, o a tutti e due, « sono le relazioni tra una sensazione e l’altra e il proprio io. Perciò, davvero, l’unica verità oggettiva (quanto odio lo scivoloso concetto di oggettività) sta nelle relazioni. È l’unico modo per capire il mondo, Negatio, e quindi noi stessi, attraverso l’attenzione per, la considerazione per, l’apprezzamento di, la misura delle semplici relazioni. Ecco cosa ti sto prendendo, ecco cosa ti sto rubando». Questo fa Ishmael all’uomo, lo trasforma in un significato senza significante (gli nega un nome proprio e alla fine il ruolo stesso di colpevole), e in significante senza significato (lo circonda di specchi, perché non possa vedere se stesso ma solo un riflesso, possa essere circondato dalla sua immagine senza sapere qual è lui, chi è lui) – la cura dell’acqua, il waterboarding, dopo tutto quello è: annegare senza annegamento.
[Penso ai lavandini senza rubinetti di Robert Gober, ma è un discorso che non saprei dove andrebbe a parare. Penso anche, già che ci sono, al fatto che Your Fathers ecc. sia stato scritto mentre alla Casa Bianca c’è il primo presidente nero della storia americana e La cura dell’acqua, quasi dieci anni prima, sotto uno dei presidenti più bianchi di sempre; che Thomas e Eggers sono bianchi e Ishmael e Everett no; che Thomas può discutere con le sue vittime faccia a faccia e Ishmael deve (prima o necessariamente) mettere in discussione la lingua; che Eggers parla di promesse non mantenute e Everett di lezioni apprese].
Questo fa Everett: separa il romanzo dal romanzo, il ristorante dal cibo, il dialogo platonico dalla filosofia («Possiamo mangiare adesso?»), letteralmente la forma dal contenuto («Ma perché non posso raggranellarmi di quest’accensione di mia figlia nel regno dei celli? Può un grido essere articolato?»).
Ci rimangono solo le pagine limpide e oscene di un’hack come Estelle Gilliam? E il padre dove sta? E i profeti vivranno in eterno?

[Your Fathers, Where Are They? And the Prophets, Do They Live Forever? ancora no, ma La cura dell’acqua è uscito da noi per Nutrimenti, tradotto da Marco Rossari, che per me c’entra con tutti e due i libri tanto che sto pensando che potrebbe essere James o Jimmy da grande, in realtà]

 

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