Un modo deprimente di essere contenti

Sigalit Landau

[Spoiler alert: parlo di 12 anni schiavo come se l’avessi capito, della Metamorfosi di Kafka come se l’avessi letto, dello schiavismo come se ne fossi autorizzato]

Siccome, insieme a “felliniano” e “proustiano”, l’aggettivo “kafkiano” è usato a cazzo di cane così di frequente da ricoprire a volte il significato stesso di “a cazzo di cane”, mi sento in dovere di specificare che sono andato a vedere 12 anni schiavo aspettando di trovarmi di fronte a un racconto legittimamente kafkiano: la storia di un uomo libero che, svegliatosi da un sonno agitato, si trovò trasformato in uno schiavo grosso e nero.
Il film di Steve McQueen è un’altra cosa, e si capisce già dalla scena in cui un uomo con gli occhi spiritati spiega a Solomon Northup che non è più chi crede di essere (un violinista con una moglie, due figli e una bella casa a Saratoga Springs, New York) ma un negro scappato da qualche piantagione della Georgia. Un altro tizio lo butta a terra e la macchina da presa si fissa su Solomon carponi, in primo piano, mentre in secondo piano l’uomo spiritato prima gli spezza sulla schiena una spranga di legno, poi lo frusta con una catena di ferro. Schizzi di sangue e tutto.

Il corpo martoriato di Solomon Northup sta in mezzo, dietro ci stanno i cattivi, davanti c’è lo spettatore. Lo schema si ripete altre volte (dietro: l’indifferenza dei suoi pari e poi quella dei suoi carnefici, in mezzo: Solomon appeso per il collo, davanti: lo spettatore; ma anche, dietro: Solomon e il padrone con la frusta, in mezzo: il volto di Patsey sfigurato dal dolore lancinante delle frustate, davanti: lo spettatore) e è rinforzato dalla sequenza in cui lo sguardo vago e disperato di Solomon finisce dritto nella macchina da presa.
Uno che dovrebbe fare se non contorcersi nella poltrona? Resistere non solo è impossibile ma è sconveniente. Il ragazzo bianco tra i venticinque e i trent’anni con la camicia di flanella tagliata da qualche minorenne vietnamita per H&M non sopporta di vedere quello che gente come lui ha fatto a gente diversa da lui? Il ragazzo che rideva tanto quando il Ku Klux Klan dava la caccia a Jamie Foxx questo non lo accetta? Il suo rifiuto ipocrita della violenza non è forse un modo per evitare di discutere del problema? per accantonarlo illudendosi che sia superficialmente risolto, quando nel profondo è più vivo che mai e va stanato a suon di frustate?

«Assurdo», dice indignato il ragazzo bianco uscendo dal cinema, mentre poco lontano, a Ponte Galeria, qualcuno probabilmente sta pensando a come morire.

* * *

Una delle giustificazioni razionali a questo fatto che non mi piace vedere il sangue schizzare dalla schiena di un innocente la trovo in Hilton Als che comincia uno dei saggi raccolti in White Girls chiedendosi cosa dovrebbe dire di un mucchio di negri disgraziati abbastanza stupidi da farsi prendere e impiccare, o meglio linciare, in America.
GWTW è stato originariamente pubblicato in un volume intitolato Without Sanctuary: Lynching Photography in America, e si capisce che le reazioni di Als davanti alle foto di negri come lui che pendono da un albero sono e non sono simili alle mie davanti a 12 anni schiavo.

«Troppo spesso», dice, «ci rifiutiamo di guardare o anche solo pensare a qualcosa solo perché è sgradevole, o presenta un problema, o una “questione” – un attrito emotivo e intellettuale che erode il nostro io pesantemente anestetizzato». (Il valore di documento che 12 anni schiavo vuole a tutti i costi – e in un certo senso merita – è provato dalla notizia che sarà proiettato nelle scuole).
Il passo successivo è quello in cui il cammino di Als e il mio si dividono, perché io sono il Pubblico e lui (e Steve McQueen) lo Scrittore (e il Regista) nero assunto da editori (e produttori) «largely white» per semplificare ciò che gli è proprio quale essere umano (la razza), ingrandirlo a «cartoon proportions» e quindi rendere “chiara” al pubblico bianco la faccenda dei negri.

Als si chiede che rapporto ci sia tra i bianchi nelle foto dei linciaggi dei negri e i bianchi che gli chiedono («and sometimes pay me») di interpretare il ruolo dello scrittore Negro. Guarda i bianchi che guardano i negri attaccati per il collo agli alberi e si risponde che è nell’essere guardati (come negri) che risiede, ancora, la possibilità di essere linciati. Quando a metà del film Solomon Northup guarda me che guardo lui, mi sta implorando di non essere linciato, presupponendo che io non desideri altro (del resto, è schiacciato tra me e i suoi aguzzini), nemmeno capire.
Tornando sull’argomento nel saggio Philosopher or Dog?, Als scrive:

Gli scrittori di colore scrivono stupidamente su questo muro della razza per l’approvazione di persone molto stupide che, nel concederla, possono decidere di non ucciderti. Se queste persone stupide decidono di non ucciderti, qualcosa si compromette, va lasciato perdere. Generalmente, quello che si compromette è la propria voce.

In un paio di occasioni Als ha detto che non gli è piaciuto 12 anni schiavo perché aderisce al modello spielberghiano di redenzione (immaginate la soddisfazione deprimente di scoprire di essere dentro un circolo vizioso: un autore non ha amato un film che tu hai odiato pensando a quello stesso autore). Dato che sono più stupido, a me era venuto in mente Mel Gibson. 12 anni schiavo sta al discorso su razza e schiavitù come The Passion sta al cristianesimo.

* * *

Solomon torna a casa (ora è di nuovo Solomon di Saratoga Springs, non il negro Platt). I figli sono diventati alti come lui. Margaret gli ha dato un nipote, che ha chiamato Solomon come il nonno. I cartelli prima dei titoli di coda ci informano che i colpevoli lui li ha portati in tribunale ma i processi si sono conclusi in un nulla di fatto perché un negro non poteva testimoniare davanti alla corte, e che non si sa né dove né quando di preciso sia morto.
Il racconto legittimamente kafkiano che mi aspettavo comincia e finisce negli ultimi tre o quattro minuti – kafkiano nella misura in cui La metamorfosi è tanto la storia di un uomo trasformato in uno scarafaggio quanto (e forse di più) la storia di una famiglia piccolo borghese che si ritrova un insetto enorme in casa.

Come può un sistema espellere e poi riassorbire a quel modo uno dei suoi elementi? Come fa Solomon a continuare a identificarsi con Solomon quando è libero, quando è uno schiavo, e quando viene liberato per intercessione del messianico Brad Pitt, senza comunque poter ottenere giustizia? Può la moglie pensare di vivere libera in un paese libero (e comprarsi tutte le borse che vuole) dal momento in cui non vede tornare a casa suo marito? La figlia chiama il suo primogenito Solomon perché pensa che il padre sia morto? o preferisce pensare che sia così? Perché Anne dice al marito che non ha nulla di cui scusarsi? Non ha forse illuso lei e i suoi figli di essere diversi dai negri?
A Steve McQueen non interessa rispondere a queste domande, e almeno a giudicare dal numero di premi che anziani maschi bianchi gli stanno assegnando, meglio così per lui. Gli unici momenti in cui mette da parte la frusta e lascia intravedere il complesso di regole che informa lo schiavismo sono affidati a tre donne: la moglie negra del padrone bianco, la moglie bianca del padrone bianco, l’amante negra del padrone bianco. L’insieme di convenzioni cui sono sottoposte queste femmine della metà del XIX secolo (per Als, i quattro minuti in cui Alfre Woodard spiega come ha ottenuto la libertà obbedendo alle regole del matrimonio con il suo padrone, mentre sorseggia un tè e fulmina con gli occhi Solomon, sono gli unici minuti veri del film), le gelosie e le umiliazioni che nutrono il rapporto di ognuna con il proprio uomo e con esse, accomunandole e separandole, è il massimo che viene concesso alle mie aspettative.

E non posso nemmeno lamentarmi.

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