Candy Crush è la nuova letteratura

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Avevo letto che i giovani adulti spesso si trastullavano con il concetto di immortalità, ma simili fissazioni impallidivano in confronto alla mia totale incapacità di concepire la mortalità. Allo stesso modo, nessuna mia fissazione trovava conforto negli ormoni, nei romanzi d’appendice o nella televisione.
(P. Everett, Glifo)

Ho una confessione da fare.
Ammetto di aver pensato, nel momento in cui, senza preavviso né giustificazione, il mio interesse per la tv è scemato e mi sono ritrovato con del tempo tra le mani che non avevo alcuna voglia di riempire con True Detective o, men che meno, con la seconda stagione di House of Cards – ho pensato, lo ammetto, di poter leggere di più. Più libri, meno sottotitoli.
Ho preso in mano un volume a caso (Città aperta di Teju Cole), ho chiuso µTorrent e mi son messo a seguire Julius, il protagonista del romanzo, in giro per Manhattan. L’ho visto percorrere le strade dell’Upper West Side, andare in vacanza a Bruxelles, trasferirsi in un appartamento del Village. Mi sono annoiato. Verso la duecentesima pagina ho creduto di aver trovato una chiave (è un libro sulla morte? meglio, è un libro sulla sparizione?) ma a quel punto c’era ben poco da fare.

Ho affidato il libro alla polvere dello scaffale e sono andato a sedermi sulla ceramica del wc. Non ricordo se, tra i luoghi e le posizioni che Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore enumera quali opzioni del Lettore nel pieno svolgimento della sua funzione, ci fosse anche la tazza del cesso. So per certo che la lettura e l’espulsione delle feci sono due attività che non è mai stata mia abitudine svolgere contemporaneamente (almeno non in senso letterale).

Mia zia (o vostra zia, o ogni zia), al mio posto, avrebbe aperto l’ennesimo libro consigliatole da Fabio Fazio nel punto in cui si trovava il suo segnalibro (una farfalla di carta legata a una nappa rossa), e dilatando e contraendo lo sfintere si sarebbe con ogni probabilità commossa alle parole di un padre sul suo complesso rapporto col figlio problematico.
Io ho preso in mano il telefono e ho aperto un’applicazione a caso, senza riuscire a chiuderla prima che le mie gambe avessero preso a formicolare. Parlo, ovviamente, non di iBooks. Parlo di Candy Crush.

È possibile che Candy Crush sia la nuova letteratura?

Mi viene in mente una pagina di Eco, da La misteriosa fiamma della regina Loana (un romanzo di dieci anni fa, dimenticato da nove), che adesso leggo in un altro modo. Il protagonista-narratore, un pomeriggio, si accovaccia sull’erba e fa la cacca. Si pulisce con il giornale («la pagina dei programmi televisivi» – anche lui non ha voglia di rivedere Kevin Spacey?), si rialza e osserva le sue feci.

E siccome la mia cacca di quel momento non doveva essere così diversa da quelle che avevo prodotto nel corso della mia vita passata, ecco che in quell’istante mi ricongiungevo col me stesso dei tempi dimenticati, e provavo la prima esperienza capace di rinsaldarsi con innumerevoli altre precedenti, anche quelle di quando bambino facevo i miei bisogni nelle vigne.

Il riferimento a Proust è ulteriormente spiegato: «Per ritrovare il tempo perduto non ci vuole la diarrea ma l’asma. L’asma è pneumatica, è soffio (sia pure faticoso) dello spirito». La diarrea è l’asma dei poveri: «I poveri, nei campi, non vanno d’anima, vanno di corpo». [En passant: il protagonista-narratore/Eco, che ora professa l’orgoglio dello sfintere proletario, è lo stesso che poche righe più su ha detto: «La stavo ormai chiamando cacca, come credo faccia la gente»].

L’autore postmoderno rassicura il pubblico che il passaggio da tè e biscotti alle cacate non è uno scadimento scatologico: «Eppure non mi sentivo diseredato bensì contento […]. Le vie del Signore sono infinite […], passano anche attraverso il buco del sedere». Ma è proprio questo ritratto accuratissimo della letteratura contemporanea a convincermi del fatto che Candy Crush, il giochino in cui si allineano caramelle dello stesso colore per non fissare le piastrelle del bagno (né i propri escrementi), sia la nuova letteratura.
Le avventure di Toffete, da Caramellopoli al Salone Amarezza, passando per le Montagne di Cioccolato e il Palazzo di Menta (dove sono bloccato io adesso), sono la narrazione collettiva, globale, che si impone con forza sbarazzandosi di impianti narrativi usurati in favore di un movimento che Ware ha definito una “carezza” (del pollice sul display dello smartphone) unito a ben due degli oggetti all’origine del desiderio: quello anale e lo sguardo (vd. Lacan).

Avevo chiesto a N. di aiutarmi a superare un livello. Lei mi aveva svelato un trucco per acquistare altre vite senza aspettare i trenta minuti richiesti: basta portare il calendario del telefono al giorno successivo – un’ellissi. Le scrivo perché il trucco non sono stato capace di farlo funzionare e ora Toffete mi avvisa che devo attendere 252:545 minuti per poter giocare di nuovo.
Penso a quando mi aveva scritto lei, dopo mesi che non ci sentivamo più, solo per discutere del finale di Breaking Bad.
Tiro lo sciacquone.

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