Vivere nel tempo materiale

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This is our weekend with dad – that’s what life is.
And then when you die, you go to mom’s house.

(Louis C.K. al Saturday Night Live)

Esiste un documentario più bello di George Harrison: Living in the Material World?
Sì, ce n’è a centinaia. Eppure ogni volta che mi viene davanti non riesco a non fissarmici, che sia appena iniziato o manchi mezz’ora alla fine. Vorrei poter spiegare questo fenomeno citando lo stesso Harrison, che a proposito del successo di My Sweet Lord [esiste una canzone più bella tra quelle con “Lord” nel titolo? probabilmente sì] diceva che la melodia è semplice e ripetitiva, che ricorda un mantra, concludendo con «You know, it’s ipnotic, and kinda nice».
Il film di Scorsese è senz’altro ipnotico e kinda nice, ma la verità è che c’è dentro tutto, un po’ perché parte dai Beatles, che come è noto sono il «gruppo umano elementare»¹, un po’ perché la vita del «bambino geniale» George non è durata tanto ma ha visto almeno un paio di crisi mistiche, un triangolo amoroso [che poi non si capisce se Pattie Boyd non fosse in realtà una vittima sacrificale portata all’altare del complesso di inferiorità di Eric Clapton per propiziare l’amicizia tra questi e Harrison; o quanto non fossero, lei e lui, rassegnati alla loro stessa mediocrità. Esiste una canzone più bella di Layla? ovviamente sì. La domanda è se esista una canzone più bella di Something], il sitar, gli acidi, George Martin [che è invecchiato, lui e il suo lavoro, magnificamente] e Phil Spector [al contrario], le amicizie degli Hare Krishna e degli Hells Angels, i concerti di beneficenza e la Svizzera, il rapporto con Ravi Shankar e quello con Dylan [che compare pochissimo, perché quello è proprio un romanzo a parte], la malattia, la commedia [Brian di Nazareth!], gli incidenti, una morte pacifica.

Così l’altra sera rivedevo il film e a un certo punto c’è Ringo che dice che nessuno potrà mai capire cosa significava essere uno dei Beatles, e mi è venuto di pensare: No, quando morirà Paul [stavolta veramente] sapremo. Non che abbia qualcosa contro Paul [nonostante assistere al litigio con George per Hey Jude sia ogni volta penoso – è possibile che si illuda ancora che non esistano canzoni migliori di quella? non l’avrebbe certo rovinata un riff di chitarra], ma ho pensato che quando sarà morto, e usciranno decine e decine di registrazioni inedite, libri e biopic, allora avremo il quadro completo. [Non che ce l’abbia con Ringo]. Quando Paul non potrà più dire la sua, potremo fargli dire quello che ci pare, chiudere tutti i cerchi che troviamo aperti, mettere tutti i punti del caso e andare a capo.

Se il linguaggio era la mia prigione, allora la scrittura sarebbe stata il muro oltre il quale sarei evaso. Ma scavalcare il muro da una parte o dall’altra voleva dire in fondo la stessa cosa, e allora il linguaggio era la prigione e l’evasione e quindi non certo una prigione, più di quanto la libertà è reclusione solo perché preclude la possibilità di essere recluso.
(P. Everett, Glifo)

Mi ricordo di quando ho visto il film al cinema. Mi ricordo che era la sala più piccola del Barberini, che era pomeriggio e che avevo chiesto a Federico di venire con me ma ero andato da solo perché lui era di turno. Mi ricordo più gente di quanta mi aspettassi per un documentario di tre ore e mezza, più luce di quanta mi aspettassi alle sette di un giorno di metà aprile, uscendo alla fine. Mi ricordo di aver percorso via del Tritone ascoltando Beware of Darkness senza piangere quando fa «and what is more / That is not what you are here for» [esiste una canzone che dica qualcosa di meglio? non voglio sapere se la risposta è sì]. Mi ricordo di aver attraversato via del Corso senza venire travolto dalle scolaresche in gita e di essere arrivato alla libreria dietro piazza Navona dove lavorava Federico sudaticcio e felice.
Mi ricordo tutto questo come se non fossi io [esiste una parola in tedesco per descrivere questo fenomeno? sono quasi sicuro che esista], e IMDb che mi informa che mi riferisco ad appena due anni fa mi sorprende più che se dicesse che non è successo mai. Mi stupisce non tanto il fatto di non riconoscermi nella persona che spreca un pomeriggio intero per vedere un documentario su un cantante morto, quanto quello che l’esperienza soddisfacente della visione abbia alterato la mia memoria a tal punto da farmi rappresentare me stesso come il protagonista di una short story rifiutata da McSweeney’s.
Non mi metterò a recitare la poesia di Frost sulla strada «less traveled», ma mi chiedo: se eventi così insignificanti possono diventare letteratura, vuol dire che vivere bene è applicare con criterio le regole dello storytelling? O esiste un modo di vivere da persona e non da personaggio [certo l’etimo di “persona” non mi aiuta] per cui dare un significato a quello che ho fatto a Natale quando avevo sei anni, o al mio pranzo di ieri, o a quello che mi si preannuncia per i primi di maggio, non si porta dietro tutto ciò che comporta la significazione?
Vorrei rispondere di sì, anche prima di chiedermi perché all’improvviso questa prospettiva mi sembri deprimente.² Immagino che sia perché c’è sempre qualcuno a cui si racconta, e non si sa mai cosa si debba raccontare e come, e le storie girano, possono essere raccontate da chiunque, e poi è un attimo che si passa per il «bambino buffo» quando ci si credeva un genio.

Immagino che quando morirà Paul sapremo.

_________
1 «Quello dei Beatles è un archetipo, è come il gruppo umano elementare. Tutto naturalmente prende la forma dei Beatles, la gente non può farci nulla.»
«Rispiegami i tipi.»
«Genitore responsabile, genitore geniale, bambino geniale, bambino buffo.»
«Okay, adesso fammi Guerre stellari
«Luke è Paul, Han Solo è John, Chewbacca è George, i robot sono Ringo.»
(J. Lethem, La fortezza della solitudine)

2 E dire che mi era piaciuto come l’aveva messa H. Als:«half living life so I can get down to really living it by writing about it.»

* * *

Supplemento

Già lo sospettavo, ma mi son reso conto finendo di leggere il libro che questa è l’unica recensione di Glifo di Percival Everett (nella traduzione di Marco Rossari) che sarei in grado di scrivere. Una recensione post hoc.

B._BCA) Le proprietà materiali dello spazio narrativo non richiedono un ricorso allo spazio reale. La sostanza della finzione dipende dal legame con il mondo reale, ma non ha parti costitutive che debbano essere necessariamente identiche a qualcosa di reale.
B._BCB) In parole povere, le parole sono solo parole, le proposizioni sono solo proposizioni, il significato è quasi tutto e niente sembra quello che è. 

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