La vita non è importante

He shakes me up like no other
Laughing in my face
He’s mouthing off like a bastard
Drowning in those waves of rye
(Department of Eagles, Waves of Rye)

Credo di aver capito perché sono ossessionato dal modo in cui ognuno racconta di sé ieri, quando una signora che non sono sicuro conosca il mio nome mi ha detto di avere il lupus. O forse era venerdì, con quella che mi spiegava cosa dà da mangiare alla madre anziana che soffre di diverticoli («Sono come le emorroidi ma lungo l’intestino», mi ha detto. Erano le dieci e mezza del mattino).
In realtà è un pezzo (più o meno da quando ho letto Als) che penso a quest’idea del linguaggio come forma e contenuto del sé, e a ossessionarmi è il fatto di non aver ancora deciso se ci credo. Il mio problema è che la lingua ha le sue regole (il racconto non ne parliamo nemmeno), e io per natura tendo a opporre resistenza al pensiero che un individuo e tutte le sue rotture di individualità ecc. siano riconducibili alle funzioni di soggetto, oggetto e al limite aggettivo. Poi mi chiedo se sono fatto così non per natura ma perché so che una frase può essere corretta nonostante il contenuto sia nullo e ricomincio da capo.
Mi chiedo anche se alla mia ossessione non contribuisca una debilitante (soprattutto per chi è costretto ad ascoltarmi) incapacità a raccontare storie di cui sono protagonista (o almeno tra i personaggi principali). Ogni narrazione deve avere un punto di vista e ogni punto di vista appartiene a qualcuno. Al limite sta fuori dal foglio (dio, Flaubert, le muse), ma qualcuno ci deve stare. Il punto è decidere chi. La “donna affetta da lupus”, la “figlia devota”, “Don Draper”, lo “stronzo”: l’importante è mettere a fuoco, ché quando invece non si sceglie di solito significa che c’è qualcosa di storto.

Che in Un giorno ideale per i pescibanana non vediamo mai Seymour Glass attraverso i suoi stessi occhi (ma da quelli della suocera, della moglie, della donna nell’ascensore e della bambina sulla spiaggia che lo chiama «see more glass») ci dice che non sta bene ancora prima che sentiamo lo sparo. È uno di quegli esempi da scuola di scrittura di perfetto uso della focalizzazione.
Che in Salinger, il documentario di Shane Salerno, la vita dello scrittore venga raccontata dal punto di vista di chiunque, ci dice che il mid-cult americano (voglio pensare che noi europei possiamo essere più scafati) coi personaggi che eludono la focalizzazione zero non sa che cazzo farci. È uno di quegli esempi da reparto psichiatrico di uso criminoso della prospettiva, in grado di superare in assurdità la querelle “Woody Allen: Grande Regista o Pedofilo?”

La mia professoressa di italiano alle medie, dio l’abbia in gloria, diceva sempre che i paragrafi sulla biografia di un autore li dovevamo saltare perché la vita non era importante. Salinger è il professore che vuole a tutti i costi che ti ricordi che il 2 aprile 1810 Alessandro Manzoni perde la moglie nella confusione dei festeggiamenti per il matrimonio di Napoleone e la ritrova dopo essersi rifugiato nella chiesa di San Rocco (vd. La conversione religiosa). Peggio, Salinger è questo e è il professore burlone che sostituisce quello di italiano per un’ora e chiede «State facendo Manzoni adesso? Lo sapevate che era uno degli Illuminati?» prima di mettersi a leggere il giornale.
Su una colonna sonora che doveva essere stata composta per un film con Gerard Butler nel ruolo dell’ex agente della CIA radiato per abuso di alcol che si riscatta salvando il presidente, Salinger è capace di dare lo stesso peso a un biografo (un personaggio peraltro scritto da Wes Anderson e interpretato da Owen Wilson) e a un tizio che una volta ha fermato lo scrittore per strada per chiedergli un autografo

1

alla Seconda Guerra Mondiale (con espedienti visivi degni di un teatro della provincia di Viterbo) e alle storie dei rapporti veri o presunti con ragazze più giovani se non minorenni

2

per cui Salinger diventa alternativamente un pedofilo, un eroe di guerra, un depresso, un ambizioso oltre misura, un recluso tiranno e un gentile vicino di casa.
Niente è filtrato da un punto di vista che non sia quello di uno che non gli frega niente dei testi. Se alle critiche di narcisismo e autoreferenzialità della scrittura vengono dedicati sì e no due minuti, sul fatto che l’assassino di John Lennon, l’uomo che tentò di uccidere Reagan nel 1981 e quello che uccise l’attrice Rebecca Schaeffer avessero tutti in libreria una copia del Giovane Holden si dibatte per almeno il doppio del tempo (insinuando che il romanzo è talmente rabbioso e deprimente che dài e dài qualcuno doveva finire ammazzato).

[Che tra l’altro Il giovane Holden è l’unica opera di cui il film si preoccupa di parlare. Ovviamente a modo suo, ovvero come fosse uno di quegli spot della Rai per l’Expo di Milano. Immagini di ragazzi sorridenti di tutte le età e tutte le razze (alcuni addirittura di una lingua diversa dall’inglese! la seconda più parlata negli Stati Uniti!) con il libro in mano

3

e John Cusack che dice che Holden gli ha cambiato la vita e poi fa questa faccia

4

che a quel punto era meglio restare sul gossip.]

Non che Salinger si limiti alla più blanda delle ricostruzioni. Shane Salerno vuole dimostrarsi propositivo, e se in due ore non è stato in grado di perseguire la più esile linea narrativa, negli ultimi dieci minuti ci tiene a informarci che due ricerche svolte da due soggetti diversi non meglio identificati hanno portato alla scoperta di inediti che vengono annunciati nella maniera più generica possibile

9

si concede un personale tuffo nella mitomania

10

e chiude il tutto sulle note di Strawberry Swing dei Coldplay, evidentemente il gruppo prefe di JD. 

11

Every moment was so precious e tutte quelle stronzate alla David Copperfield.
Se davvero avete voglia di sentire la storia di qualcuno, prima di tutto vedete da chi farvela raccontare.

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