Oggi più di ieri

Today, more than any other day, 
I am excited to feel the milk of human kindness. 
And today, more than any other day, 
I am excited to go grocery shopping. 
And today, more than any other day, 
I am prepared to make the decision between 2% and whole milk.
(Ought, Today More Than Any Other Day)

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Adesso non posso mettermi lì a contare, ma direi che, molto approssimativamente, dei Sessanta racconti di Dino Buzzati almeno quarantanove parlano di una cosa (più spesso grossa e spiacevole che piccola) che sta per esplodere, e della gente che non sa che farci (e più spesso non fa proprio niente). Si scorrono come i piani di un ospedale in cui i pazienti meno gravi sono più in alto, per arrivare, senza nemmeno accorgersene, al primo, e non poterne uscire sulle proprie gambe.
Non sapevo che avrei trovato la stessa crudeltà (direi “sarcasmo” se la parola non avesse perso di significato) nei racconti di Lorrie Moore raccolti in Bark. La differenza sta nella direzione dello sguardo: prima degli anni Sessanta si poteva ancora provare angoscia per il futuro, oggi bisogna fare i conti con quello che è appena successo.

“Unless you have a life of great importance,” she said, “regrets are stupid, crumpled-up tickets to a circus that has already left town.”
His face went bright with amusement and drink. “Then what happens to the town?” he asked.
She thought about this. “Oh, there’s a lot of weather,” she said, slowly. “It snows. It thunders. The sun comes out. People go to church and sit in the sanctuary and sometimes they see escaped clowns sitting in the back pews with their white gloves still on.”
“Escaped clowns?” he asked.
“Escaped,” she said. “Sort of escaped.”
“Come in from the cold?” he inquired.
“Come in to sit next to each other.”

Quando si piantano baracca e burattini, che ne è della baracca?
L’espressione implica che vada in malora. I burattini di Moore invece si illudono di stare appesi a qualcosa – che è, quasi sempre, nient’altro che il filo di una narrazione conciliante («“We’re all suckers for a happy ending.”» conclude l’uomo di prima). Nella distanza tra la lingua dei personaggi e il referente sta la crudeltà.
[Non sapevo nemmeno che “bark” significasse anche corteccia, e nel libro ricorre, in quasi ogni racconto, sempre come latrato. Una volta (nell’ultima storia) appare nel senso di corteccia cerebrale. La crudeltà sta nell’usare la stessa parola per la parte più sofisticata del cervello e per il verso di un animale.]
«Mutilation was a language. And vice versa» si legge nel racconto (intitolato chiaramente Referential) nel quale i tentativi di normalità di una donna si sfasciano contro le allusioni (scarse ma affilate) della narratrice al contesto.
Il linguaggio è una mutilazione.
Non so se è vero, o se è per forza sempre stato vero, o se è vero oggi più di ieri. Un po’ deve essere vero di sicuro, se no non si capisce perché Buzzati e Moore, che è nata l’anno prima che uscissero i Sessanta racconti, la pensino più o meno allo stesso modo.
Per mantenere la calma, meglio concentrarsi sulla scelta tra 10 e 9,99. 5c e 5s. Latte intero e senza lattosio.

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