Lose well

Mark Tansey The Innocent Eye Test 1981 oil on canvas c198x304cm MET

Ma tieni presente che, per quanto noi amiamo farlo e chi tra voi lo guarda sembri apprezzarlo, lo show È UN FALLIMENTO.
(Chris Gethard)

Il Chris Gethard Show va in onda in diretta il mercoledì verso le undici sul Manhattan Neighborhood Network, la tv ad accesso pubblico. Chi non è raggiunto dalle frequenze MNN lo trova in streaming su thechrisgethardshow.com o può recuperare gli episodi da più di un archivio online (i link sono sul sito).
Nello studio sulla 59esima si riunisce un gruppo di “persone” (tra virgolette perché il confine tra persona e personaggio è ambiguo e perché tra loro c’è il Pesce Umano) che può variare spesso ma è solitamente composto da Shannon la sarcastica, Bethany la dolce, Murf che si veste come le Iene di Tarantino e porta i capelli come i ninja, Mimi che per tutta la durata del programma si esercita con gli hoola hoops, il succitato Pesce Umano, l’Uomo Dietro La Pianta, un Random, la band LLC per la sigla e i temi musicali, BananaMan, Rob Malone il miglior ballerino al mondo, e ovviamente Chris Gethard.

In ogni puntata del Chris Gethard Show si fa qualcosa di diverso: c’è quella in cui Chris si sottopone a una dominatrix (e dalla quale vien fuori che non sopporta il dolore ai capezzoli); c’è quella in cui si parla della rivalità tra fratelli e quella in cui nessuno deve ridere; c’è quella in cui ogni volta che Chris sbaglia la risposta a un quesito riguardante un membro dello show viene colpito da un kickboxer professionista; c’è quella con Chris bendato (molte delle puntate in effetti si basano sull’umiliazione fisica del presentatore) e quella sugli attacchi di panico; c’è quella in cui insieme all’autore di un centinaio di romanzi della serie Piccoli Brividi si prova a scrivere un libro, e quella in cui ci si fa un panino.
Ma il programma funziona con le telefonate. Anche qui, spesso a chiamare è un cast fisso (Andres è quasi sempre il primo, mentre Alyssa, Calstead e Stellan hanno addirittura la loro theme song), però chiunque può fare il numero, e a giudicare dalla varietà delle chiamate si direbbe che i criteri della selezione siano quanto mai arbitrari. Alcuni telefonano giusto per poter dire una stronzata in tv, altri perché sono ubriachi. Il gruppo più nutrito è composto da quelli che si divertono a guardare il programma e lo fanno da un po’ di tempo, ormai. La quantità di under 25 che chiama per chiedere un consiglio su come superare l’ansia, parlare con le ragazze, affrontare un ambiente ostile (il liceo, il college o la casa, di solito), sopravvivere alla depressione, è paragonabile solo al numero di chi chiama per ringraziare lo show di averlo aiutato a superare un brutto momento.

Una volta Chris era sdraiato supino, a torso nudo, per servire da vassoio umano sul quale preparare un burrito (TGCS #77: Belly Burrito), quando telefona Andres e dice che non se la passa benissimo perché è andato al funerale della madre di un suo amico (Andres credo abbia meno di diciotto anni) e non gli piacciono i funerali e gli è toccato star lì a cercare di non piangere. Bethany e Shannon dicono che va bene piangere, non c’è niente di male,  e Chris che ha pianto proprio quella mattina, non certo perché era a un funerale, era una bella giornata, non doveva far niente e ha pianto lo stesso.
Andres: «Sì, io pure piango. Mi viene da piangere quando guardo film allegri. Ho pianto per l’ultima puntata di una sitcom».
Chris: «Io certe volte me ne sto lì seduto e addirittura prima di— faccio “oh, sto piangendo!”. Sento le lacrime che scendono e mi rendo conto che dio santo, sto piangendo».
Allora Murf fa notare che Chris e Andres stanno facendo a gara a chi piange di più.
Andres: «Vinci tu. Hai avuto più anni per piangere».
Chris: «È vero, ho più del doppio dei tuoi anni. Ho avuto più anni di pianti di quanti tu ne hai passati vivendo». E poi aggiunge, ridendo: «Sai cosa, Andres? It’s okay to have a sad life! [risate del pubblico]. La maggior parte delle persone— il mondo sta sempre lì a dirci, quando siamo giovani, che siamo tutti speciali e delicati fiocchi di neve [avvicinandosi al microfono, abbassando la voce]: non è vero. C’è gente come noi che è triste e basta, che rimane triste dall’inizio alla fine, e non deve far altro che conviverci e imparare a divertirsi nonostante tutto».
Andres: «Ma io non voglio essere così».
Chris: «Non lo volevo nemmeno io…»
Shannon dice che un modo per far sentire speciale Andres è fargli scegliere un ingrediente per il burrito, e Chris, concludendo: «Scegliere un ingrediente ti tirerà su di morale. E anche se nella vita non combinerai niente, almeno avrai scelto uno degli ingredienti del burrito preparato e mangiato sulla pancia di un uomo».

Questo per spiegare perché mercoledì scorso, dopo essermi svegliato alle quattro del mattino, essere uscito a malapena vivo da un volo di dieci ore, aver provato a non dormire fino alle dieci e mezza ora locale, ho camminato fino alla 59esima per vedere il Chris Gethard Show dal vivo.
Non mi ricordo neanche più come ne fossi venuto a conoscenza. Se non sbaglio, avevo sentito Gethard alla radio, un paio di anni fa, leggere un estratto dalla sua raccolta di racconti, A Bad Idea I’m About To Do. Avevo provato anche, ma non vorrei confondermi, a guardare il programma e non credo mi avesse fatto un’ottima impressione.
Poi – il nome di Chris Gethard che non vuole mai sparire dal radar – è arrivata la puntata in cui la suddetta Alyssa è ospite in studio: un’ora intera dedicata a una quindicenne di Long Island, a farle incontrare alcune delle persone che lei ammira (Chris: «Tu dici che odi la gente, ma tutti quelli che sono venuti qui stasera per fare questa cosa carina per te rimanevano a casa se odiavano la gente. Le persone possono sorprenderti se glielo lasci fare. Non c’è bisogno di odiare la gente». Alyssa: «Per chiarire: io odio i teenager»).
Poi è arrivato anche, evidentemente, il tempo in cui avevo bisogno di tutto questo. Avevo bisogno di stare in compagna di uno che pensa che sei pronto solo quando ti aspetti che il fallimento sia il tuo punto di partenza. La storia del Chris Gethard Show inizia così. Gethard, cresciuto nel teatro di improvvisazione, calca palchi non troppo prestigiosi di New York (eccetto l’UCB Theatre, pure di nicchia) quando miracolosamente si vede offerta l’occasione di una vita, quella che molti comici faticano molto più a lungo a ottenere: il ruolo da protagonista in una sitcom. (Il tizio che lo doveva fare si è ritirato all’ultimo, ecco perché). Produttori affermati (Will Ferrell!), comprimari amati dal pubblico – è ovvio che quando la sitcom va in onda e nessuno la guarda, la colpa è di quello col nome ridicolo (get hard) di cui cinque minuti prima non si sapeva niente. Il flop è clamoroso e inevitabilmente si abbatte sull’improbabile protagonista con l’iconicità dei sogni infranti.
È allora che entra in gioco il meccanismo base dell’improvvisazione: a un input si risponde sempre con un “sì, e…” per mandare avanti la scena. Con quel poco (rispetto ai due milioni di dollari che gli erano stati promessi se la sitcom fosse andata in porto) guadagnato con la tv, Gethard mette su uno spettacolo di fenomeni da baraccone che nessun network, se non il public access, potrebbe mai mandare in onda. Il Chris Gethard Show sorge dalle ceneri di una carriera che doveva decollare e invece non ha proprio mai lasciato la rampa di lancio, eppure lo spirito che lo anima è lontano dalla retorica dei limoni buoni per la limonata. C’è anche poco di quella cosa che potremmo chiamare sogno americano, cioè l’idea che c’è una possibilità per tutti, o di quella variante che io chiamo incubo assoluto, cioè l’idea che tutto è possibile se ci credi/lo vuoi davvero/ti impegni molto. C’è piuttosto la consapevolezza del fatto che se va tutto a puttane e tu vuoi morire, beh, sei ancora vivo.

Lo scorso agosto, mentre io pianificavo il mio viaggio a New York, il programma andava in pausa indefinitamente. Prima era andato in pausa per un mese perché c’era la possibilità che diventasse un talk show vero su Comedy Central, e gli autori e tutti i collaboratori si erano ritirati non so dove a nord della città per lavorare alla puntata pilota. Poi era tornato perché Comedy Central aveva deciso di non produrre lo show, e che si poteva fare se non andare avanti sul public access? Alla fine, dopo un episodio intitolato Should We Keep Doing The Show?, si era deciso che forse era meglio lasciar perdere, almeno per un po’, o per sempre. Dopotutto, Chris e Hallie (che suona nella house band) si stavano per sposare: quale modo migliore di concludere se non con un matrimonio?

Due settimane prima della mia partenza, il Chris Gethard Show torna il mercoledì sera alle undici con una seconda stagione che segue i centoquarantatre episodi della precedente. Mentre aspetto nella lobby modesta dei modesti studi del Manhattan Neighborhood Network, mi chiedo prima di tutto che cosa ci faccia io lì, se una volta seduto mi addormenterò all’istante e se non fosse il caso di lasciar perdere. Andrew mi viene a dare il benvenuto, mi dice che è la prima volta che qualcuno ci viene dall’Italia a vedere il programma. Una ragazza mi chiede da dove vengo, mi racconta del suo tour italiano al secondo anno di università («Milan, Cinque terra, Firenze, Rome»), mi chiede come conosco Chris Gethard. Siamo interrotti da un ragazzo che entra spedito e inizia a spogliarsi: sarà per metà in mutande e canottiera e per metà in giacca e cravatta, seduto in prima fila. Anche la faccia è per metà sbarbata e per metà no.
Andrew dice a tutti che è ora di entrare, che stasera toccherà a lui fare da regista e che anche se per questa stagione non si fa più la sigla, la possiamo cantare adesso. Una cinquantina di persone tra i venti e i trent’anni intonano a cappella un pezzo stupidissimo che fa “Chris Gethard Sho-o-ow”, seguito da un assolo di kazoo, anch’esso eseguito a voce. Allora mi chiedo prima di tutto dove altro potrei essere, cosa altro potrei fare.
Entrando nello studio, in silenzio, Orlando dà il cinque a tutti, bisbigliando che dopo si laverà le mani.

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