La forma interrogativa

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What’s the point of singing songs
if they’ll never even hear you?

Prima che uscisse Carrie & Lowell avevo lasciato Sufjan Stevens a Chicago. Non avevo saputo resistere alla tentazione di ascoltare Illinois in Illinois e avevo riesumato quel disco per cui per lungo tempo non ero più riuscito a premere play. Coi dischi e le canzoni che sento troppe volte dopo un po’ mi succede di dimenticare quello che mi piace e chiedermi cos’è  che non piace agli altri, finendo molto spesso se non per dare retta, almeno per capire molto bene il punto di vista dei detrattori. Per la musica di Stevens è anche facile: va dal folk twee banjo e campanelli all’elettronica glitch sperimentale, dagli inni al Signore alle canzoni di Natale (tantissime canzoni di Natale).
Avevo aspettato che il disco finisse pensando che non mi sarebbe più piaciuto come mi piaceva sei sette anni fa, che Casimir Pulaski Day poteva ancora farmi piangere, che non dovevo aspettarmi di trovare Chicago una città altro che deprimente se le premesse erano Illinois e i fumetti di Chris Ware. Poi sono tornato a casa e qualche tempo dopo è arrivato un album nuovo e ce l’ho avuto nelle orecchie per circa un mese senza sosta e mi sono detto che avrei avuto molte cose da dire a riguardo e invece forse mi sbagliavo.

What is that song you sing for the dead?

Carrie & Lowell è un disco di tristezza perfetta, nel senso che non c’è troppo da aggiungere. Quasi tutte le recensioni riportano la storia che lo accompagna: il disco è stato scritto dopo la morte della madre di Sufjan, Carrie, che abbandonò la famiglia quando lui aveva tre o quattro anni e che soffriva di malattie mentali trattate con alcol e sostanze stupefacenti – di conseguenza la musica è priva delle affettazioni e dei barocchismi che avevano caratterizzato le produzioni precedenti e lascia lo spazio ai testi di indagare il dolore della perdita attraverso dettagli intimi di una vita famigliare perduta nella memoria.
Il che non è che sia necessariamente sbagliato. Anzi è pressoché vero, se non fosse che le canzoni vivono nel tentativo di mettere in scena la storia che le accompagna o precede, cioè nello sforzo di dare un senso tramite il racconto a un evento tragico e strano come la perdita di una madre che si era già persa. Come si fa a piangere un genitore che non si è mai avuto? Si può rimpiangere, ovvero piangere rivolgendosi verso il passato. Allora i ricordi confusi dell’infanzia in Oregon, ma anche i ricordi di vecchie canzoni (Romulus da Michigan del 2003, To Be Alone With You da Seven Swans del 2004, John Wayne Gacy Jr. e The Seer’s Tower del 2005, Enchanting Ghost di cinque anni fa) come del mito: Didone, Perseo e Medusa (sono tre le foto di Carrie nell’album e in nessuna le si vedono gli occhi), Icaro (il figlio che muore disobbedendo al padre) e ovviamente Edipo: «Should I tear my eyes out now? / Everything I see returns to you somehow […] Should I tear my eyes out now, / before I see too much?» (The Only Thing). Manca Fetonte, il figlio che muore nel desiderio di conoscere il padre (Stevens non ha fatto il classico), ma in compenso c’è Casper, il fantasma che ti ammazza ma è anche gentile (la madre è un fantasma, un’apparizione o una fantasia).
«Is it real or a fable?» si chiede nel primo pezzo, e nell’ultimo si risponde: «Friend, the fables delight me»: l’esperimento è narrare un mito di fondazione senza la pietra angolare. «Once the myth has been told / the lens deforms it as lightning […] Lord, touch me with lightning» (Blue Bucket Of Gold). 

How did this happen?

Tra gli echi che si rincorrono nel disco, a Fourth Of July, un dialogo tra Sufjan e Carrie sul letto di morte che si conclude con un rassegnato «We’re all gonna die», corrisponde John My Beloved, un dialogo tra l’apostolo Giovanni e Gesù, o (come nella migliore mistica) tra Sufjan e un ex amante di nome John, che si conclude in una rassegnazione figurata: «In a manner of speaking, I’m dead». Non è un caso.*
La canzone ha molte cose che mi piacciono, a partire dalla nota di piano che le fa bordone, ma la mia preferita è l’uso metaforico di fossile. «Covered in lines, the fossils I find / have they no life of their own?» si chiede Stevens/Giovanni nella prima strofa; nella penultima, Gesù/Carrie risponde: «And when I’m dead, come visit my bed / My fossil is bright in the sun». [L’immagine ha la precisione delle osservazioni di Cristina Campo: cos’è il corpo di Cristo se non un fossile? cos’è la transustanziazione se non una metafora?]
Un fossile è la traccia di un organismo vivente nella pietra. La pietra su cui è costruito Carrie & Lowell è un fossile. La pietra è coperta di scritte, di versi: hanno senso? E qualcuno li legge?

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* Niente, in questo disco di “emozioni raw”, è veramente lasciato al caso. Nemmeno credo la pubblicazione prevista per l’inizio della Settimana santa.

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